Alla ricerca del mito del polpo

Era il settembre del 2011 quando Francesca Rigotti, filosofa e “metaforologa” (come ama definirsi), mi ha regalato – appena terminata la lettura della prima stesura del romanzo – questa recensione (“precensione” l’avevo chiamata allora) perché la usassi come meglio credevo. Oltre a ricavarne un grande iniziale incoraggiamento, di cui ogni autore ha bisogno quando sottopone il suo testo ad altri, l’ho subito pubblicata su questo sito. Da allora la struttura del libro è cambiata, ma queste originalissime note di lettura valgono anche per l’attuale confezione del romanzo in uscita. (l.m.)

Ora anche il polpo ha la sua origine mitica

Non  vi sono esseri umani trasformati in polpi nelle Metamorfosi di Ovidio, il libro più fortunato, insieme all’Odissea, che l’antichità classica ci abbia lasciato. Nell’unico passo nel quale viene citato un polpo, l’animale serve per comporre una similitudine: quella del figlio di Ermes e Afrodite cui la ninfa amata si avvinghia «come il polipo che cattura il nemico» (III, 365), prima che entrambi si  trasformino nel corpo unico di Ermafrodito, insieme maschio e femmina. Ci ha pensato Luciano Minerva a colmare la lacuna, mettendosi nei panni del poeta classico e narrandoci la prodigiosa metamorfosi di un ragazzo, giovane speranza del calcio, in un polpo, un polpo famoso, il polpo Paul.
Anche l’ambientazione della storia è classica, come vuole del resto il cognome del suo autore, che si chiama Minerva come la dea Atena che presiede all’umano ingegno: l’isola d’Elba, non la moderna isola dei turisti però, quanto la favolosa Aitalia intorno alla quale veleggiarono già gli Argonauti, i giovani eroi, tra i quali Eracle e Orfeo, guidati da Giasone alla ricerca del vello d’oro custodito dal drago insonne. Anzi, secondo l’antico storiografo

gli Argonauti atterrarono proprio all’Elba, presso porto Argo (e dove altrimenti) e là si detersero dalla pelle il sudore con ciottoli porosi: avvenne così un’altra metamorfosi, quella della pietra in minerale di ferro, ricchezza e maledizione dell’isola, come racconta la storia di Nonno Aldo, minatore e socialista, in una delle varie vicende che si attorcigliano come i tentacoli del polpo intorno alla narrazione principale. Persino la polvere d’oro che ricopre sotto il mare la moto di Lorenzo sembra alludere alla pioggia d’oro che presiede alla nascita di Perseo, l’eroe che reciderà la testa polipoide di Medusa, gettato appena nato sotto il mare, chiuso nell’arca insieme alla madre Danae.
Molto mi è cara l’isola d’Elba perché l’unica volta che la visitai vi venne concepito il nostro primogenito, che si portò via da quelle acque l’azzurroverde degli occhi,  dalle onde del mare i riccioli e il biondo dei capelli dalle ginestre di maggio. Molto cara mi è stata la lettura di questo libro incontrato per caso e che mi ha riempita di stupore e meraviglia, condizioni che Platone e Aristotele ritengono indispensabili per fare filosofia, ma anche sensazioni che auguro a ogni lettore di provare.